Cinema | C’eravamo tanto amati ha cinquant’anni ed è la nostra eterna fotografia

“Avvertenza: Gianni finirà il tuffo alla fine di questa storia che ebbe inizio trent’anni fa”.

Gianni (Vittorio Gassman), Antonio (Nino Manfredi) e Nicola (Stefano Satta Flores) sono tre amici di lunga data. Hanno fatto insieme la Resistenza ed insieme hanno creduto nella rinascita politica, sociale e valoriale del Paese. Quando la guerra finisce le loro strade si separano: Antonio a Roma conosce Luciana (Stefania Sandrelli) e se ne innamora subito, ma l’incontro con Gianni mischia le carte e cambia tutto. Intanto anche Nicola si trasferisce da Nocera Inferiore nella capitale dopo la sospensione dall’incarico di insegnante e la separazione dalla moglie.

Era il 21 dicembre del 1974 quando C’eravamo tanto amati di Ettore Scola usciva nelle sale dei cinema italiani. Da quel momento in poi ha rappresentato un’istantanea eterna dell’Italia, anticipandone inoltre molte questioni e vicende, politiche e culturali. Il film è un ritratto magnifico e disilluso dell’Italia dal secondo dopoguerra fino alla prima metà degli anni Settanta. Le interpretazioni, le scene e i dialoghi sono memorabili ed impressi nelle persone che amano questo film. “Credevamo di cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato a noi”. C’è questa frase, detta da Nicola (forse si parla poco di ciò che Stefano Satta Flores è stato in grado di portare sul grande schermo), che su tutte rappresenta il significato del film.

C’eravamo tanto amati è un film che bisogna vedere e rivedere. Le motivazioni possono essere racchiuse in una chiave oggettiva e in una chiave privata ma non necessariamente distinte l’una dall’altra, anzi da intendere come visioni complementari. Le motivazioni oggettive si possono evidenziare nella considerazione che C’eravamo tanto amati è un capolavoro del cinema italiano ed internazionale. È il film che più di altri ci riguarda e continua, anche a distanza di cinquant’anni, a raccontare le nostre storie, intime e collettive in quanto sistema Paese, di cadute, di scelte, di delusioni, di cambiamenti e di speranze.

Ad Ettore Scola va riconosciuta la grandezza di aver portato sul grande schermo personaggi mutevoli e concreti, talmente reali che sembra di poterli toccare. Umani davvero. Esasperati, insicuri, fragili, divertenti, teneri, buffi, cattivi, spietati, soli. In ognuno di loro il pubblico può rivedere sé stesso, porsi degli interrogativi, riflettere. Se il cinema ha una funzione è questa.

C’eravamo tanto amati è anche un omaggio al cinema (il film è dedicato a Vittorio De Sica), al teatro e alla televisione (mi divertono sempre le sequenze che vedono protagonisti Mike Bongiorno, Federico Fellini e Marcello Mastroianni). Ettore Scola inoltre adopera le voci fuori campo nella narrazione e sceglie il passaggio dal bianco e nero ai colori (metafora di due stagioni distinte della vita dei protagonisti e delle protagoniste). Non dimentichiamo che è il 1974 e Scola con queste scelte scrive un nuovo registro destinato ad influenzare buona parte del cinema che verrà.

Poi, come anticipavo, ci sono le ragioni intime per cui C’eravamo tanto amati è un film del cuore, e lo è anche per chi sta scrivendo. Non sono mai semplici da mettere in fila. Però ci tengo a dire che Elide, interpretata da Giovanna Ralli, è uno dei personaggi cinematografici che porto con me dalla prima volta che ho visto questo lungometraggio. Elide è una figura fragile e struggente nel suo incompiuto e totalizzante tentativo di trovare un posto prima nel mondo di Gianni, poi all’interno della sua identità di donna libera. “Sei tu che non sei importante, Gianni, per nessuno, neppure per te stesso. Lo eri solo per me perché ero stupida”.

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